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Osservando le stampe, i dipinti, le fotografie di un secolo fa, o ricordando le scene dal vero dei lavori agricoli di alcuni decenni fa nelle nostre campagne, tornano alla mente sensazioni lontane: le voci, il gergo, le grida, i pianti, le imprecazioni, le liti, le risate che, se potessero esserci restituite, costituirebbero uno spaccato potentissimo delle grandi sofferenze e delle piccole gioie dei lavoratori dei campi che, prima della meccanizzazione, affrontavano praticamente con le sole risorse individuali e l’aiuto di alcune bestie, i problemi della sopravvivenza.
Il loro ricordo è quello di un mondo contadino, rimasto pressoché simile a quello del Medioevo.
Le loro convinzioni, i loro ritmi, i loro riti provenivano da un abisso di secoli. Leonilde De Arcangelis, vivente, raccontava che se i campi pieni di messi venivano danneggiati da animali (polli, maiali, capre, ecc.) di proprietà dei vicini o di pastori di passaggio, era lecito abbatterne uno, solo uno: ma tale gesto doveva essere esclusivamente di tipo dimostrativo e l’animale ucciso doveva rimanere nel solco, offerto alla terra, e l’uccisore non aveva alcun diritto di prenderlo, né di portarlo via per consumarlo, non essendone proprietario.
Tale norma, scritta pressoché in modo simile negli Statuti di Arpino, risalenti al 1329, era applicata dai contadini suoi coetanei, per tradizione diretta, ancora cinquant’anni fa.

Pastore con gregge. Acquerello di H. P. Rivière (†1888).
Il mondo dei vecchi contadini è sempre stato costellato di spine: un lavoro duro, continuo, totalizzante, irto di rischi continui che in un attimo potevano annientare mesi o anni di fatiche (nevicate, grandinate, alluvioni, incendi, incidenti o malattie gravi al bestiame, ecc.).
Nello stesso tempo quello dei contadini era un lavoro che conteneva in sé mille mestieri e poiché, anche per i proprietari di un piccolo fondo, da esso traevano redditi modesti, basati su una economia chiusa, si era costretti ad impararli tutti ed ad eseguirli sempre bene, per non ricorrere ad onerosi aiuti esterni.
Il contadino sia proprietario, sia colono, infatti gestiva la terra, eseguendovi tutti i lavori di vangatura, fienagione delle erbe spontanee, diserbo dei terreni da semina, opere di deflusso delle acque, sistemazione dei versanti in frana; tutte le lavorazioni legate all’aratura e semina, alla crescita ed al raccolto dei cereali e dei foraggi; le lavorazioni riguardanti l’olivicoltura, compreso potature, recupero delle piante malate, concimature, raccolta delle olive; quelle riguardanti la viticoltura, compreso potature, vendemmia, vinificazione; quelle inerenti le altre piante da frutto (meli, peri, susini, albicocchi, ciliegi, noccioli, noci, ecc.); quelle riguardanti la coltivazione dell’orto: legumi, pomodori, patate, verdure, ecc.

Compagnia di zappatrici. Disegno di Dante Paolocci (1894).
E qui ancora non finivano le fatiche dei contadini, perché continuavano con l’allevamento del bestiame: mucche, buoi, asini, muli, maiali, pecore, animali da cortile ecc., alcuni indispensabili per il lavoro dei campi, tutti preziosi per il latte o per le carni e sempre utili per riciclare ogni tipo di scarto delle erbe o dei frutti.
E non bastava curare la nascita e la crescita delle bestie, ma nel caso dei maiali era insieme consuetudine e necessità abbatterli direttamente ed eseguirne le lavorazioni di conservazione delle carni. O fare le mungiture e dal latte mettere in atto tutti i sistemi per produrre formaggi e altri derivati.
E poi bisognava trebbiare, macinare i cereali e produrre il pane nei forni domestici. E ancora non erano finite le fatiche perché nei momenti di maltempo (nemmeno quelli potevano essere dedicati al riposo!) occorreva costruire o riparare carri, aratri, ceste, scale, strumenti di lavoro che con l’impiego inevitabilmente si logoravano.
Ed ancora il contadino doveva e sapeva costruire i fienili, riparare il tetto della casa o della stalla, o ampliare di qualche vano la casa stessa: e per fare ciò andava a raccogliere da sé le pietre nel suo stesso campo, cavandole ove affioravano, quasi sempre a mano (migliorando così il terreno da arare o da vangare) e trasportandole a destinazione con i buoi o con i muli e collaborare con i pozzaioli per lo scavo di un pozzo.

La trita del grano. Disegno di A. J. B. Thomas, litografato da Françoise de Villain (1823).

L’ultimo giorno della mietitura. La Campagna Romana.
Dipinto di Alfred Fripp, incisione di Horace Harral (1855).