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Tra la gente di Ciociaria era facile individuare i tipi prevalenti per omogeneità di abbigliamento, per rientrare soprattutto nella categoria dei lavoratori silvo-agro-pastorali e per la stabilità e ripetitività degli usi civili e religiosi.
Agli occhi degli osservatori molti di essi si rendevano immediatamente riconoscibili per le loro caratteristiche visive, che tanto attraevano gli artisti, soprattutto stranieri, alla ricerca di ritratti “pittoreschi”.
Nel caso delle donne, affascinava la particolarità del vestire con abiti ampi, con più strati di gonne dai tessuti multicolori, indossate spesso con solenne portamento, ricche di panneggi, con varie tipologie di grembiuli, ricamati con ricchezza di decori e con le candide “tovaglie” (i grandi e lunghi fazzoletti), spesso piegate in varie fogge, che, posate sul capo, incorniciavano per intero il loro volto, dando luce e facendo risaltare i toni abbronzati della pelle ed i riflessi corvini delle capigliature.
E colpivano le cioce, le calzature tipiche, primitive, curiose ed appariscenti, denotanti immediatamente l’ingegnosità e la “rusticità” della loro fattura, che venivano calzate, pur con qualche variante, con lo stesso modello indifferentemente da donne, uomini e bambini in tutte le stagioni.
Nel caso degli uomini, attiravano l’attenzione i pantaloni, spesso blu o rossi, corti fino alle ginocchia per lasciare ben visibili, più che sotto le lunghe gonne femminili, le cioce con le pezze di tela bianca, o grigio-celeste, avvolte fino ai polpacci con i tredici giri (abbuóte) delle stringhe di cuoio (o spaghi, o cordicelle).
E poi i giubbetti vivaci, blu o rossi ed il tipico cappello conico, a pan di zucchero, scuro, spesso adorno di sgargianti piume di pavone, o di santini, o di nastri multicolori, o di fiori di campo.
Ma al costume tipico subito vengono annessi i particolari legati alle attività specifiche svolte dai ciociari. Nelle figure di Filippo Ferrari, di Bartolomeo Pinelli, di Salvatore Marroni, di V. Mochetti e di tanti altri li vediamo con una certa frequenza apparire con i falcetti in pugno o appesi alla cintola, se mietitori, con l’accetta e la sega, se boscaioli, con il piffero e insieme alla pecora o la capretta, se pastori.
Le donne abitualmente vengono ritratte con uno strumento da lavoro, la zappa, la vanga, o al fiume mentre lavano i panni, ma ancor più frequentemente con un bambino in braccio, o attaccato al seno, o mentre portano in testa i grandi recipienti dell’acqua (per lo più la conca di rame, quelle dello Stato Pontificio, o la cannata di terracotta, quelle del Regno delle Due Sicilie).
La donna compare anche spesso nell’atto di scuotere un tamburello, o di portarlo con sé, per impiegarlo nei brevi momenti di riposo dal lavoro.
Ma il modo di rappresentare gli uomini non può prescindere dal vederli impegnati da soli o in coppia mentre suonano le zampogne ed i pifferi.
Questi sono quadretti di genere molto richiesti dai ceti cittadini e perciò realizzati in grande serie, per le allusioni alle “novene” natalizie, o al mondo pastorale e alla “delicata e melodiosa rozzezza” di questi uomini della terra e del bosco.
E se nei canti religiosi i pifferai appaiono rigidi e composti, diventano, invece, scattanti, tesi in dinamiche piroette, se impegnati nell’accompagnare i vivaci stornelli o i balli sfrenati dei saltarelli.

Ciociaretto con cane. Dipinto di autore non identificato (s.i.a.). Collez. privata.
Il repertorio dei tipi ha poi la variante dell’ambientazione: sui campi, nei pressi di una fonte, lungo le strade, sulle aie appena dopo il compimento di un raccolto.
I ciociari nella normalità vengono raffigurati mentre svolgono i loro lavori ed in qualche momento di gioiosa pausa.
Molto spesso però compaiono, sulla stampa periodica dell’epoca, in documentazioni di cronaca o in racconti realistici, anche in tutta la loro drammatica miseria, quando implorano elemosine per strada o sulla porta di una chiesetta o di un grande santuario, meta di frequentati pellegrinaggi. Ma all’occhio dei pittori e degli scrittori non possono mancare quelle condizioni limite che rendono i ciociari personaggi quasi della leggenda, del mito, quando smettono di essere servi della gleba e provano a rispondere con la violenza alle ingiustizie sociali e alle ristrettezze del vivere sotto padrone: ed ecco la foltissima iconografia del singolo brigante o di gruppi di briganti nelle varie azioni eroiche o delittuose, mentre schivano il piombo della forza pubblica o quando incatenati sono costretti alla traduzione in galera.
Ed ugualmente diventano interessanti i volti delle loro compagne, dai lineamenti bellissimi, dal piglio sicuro, messe in posa e riprese
mentre impugnano fucili o lunghi pugnali.Molto spesso i ciociari sono ritratti anche mentre stanno compiendo pellegrinaggi.
Nei loro volti vi è stanchezza ed anche dignità. La pellegrina, pur impegnata in un lungo cammino a piedi, distrutta dalla fatica ma fresca di gioventù, mentre il marito indifferente riposa sdraiato a terra, con sguardo delicato e premuroso si accinge a prendersi cura del neonato da allattare.
Questi tipi sono comparsi spesso in infinite repliche sugli album dei disegnatori, sulle tele dei pittori, sui fogli dei poeti e scrittori,
sulle lastre dei fotografi dell’‘800.Ed i tipi, replicati all’infinito, pur con varianti di qualche interesse,vanno a definire degli stereotipi, cioè delle immagini non più riprese dal vivo, ma replicate, realizzate per necessità di mercato, quasi a catena di montaggio in versioni semplificate di rappresentazioni alla moda, desiderate dal pubblico.
Nella vita corrente i ciociari sono oggetto di giudizi dispregiativi da parte della borghesia cittadina, che ha bisogno di braccia di lavoro a basso costo per far fruttare i terreni di proprietà e per distinguersi moralmente e materialmente da chi spesso è sporco, sudato, e soprattutto rozzo, perché non agevolato nel frequentare la scuola.
Regalare cultura significa per essa perdere lavoratori sottomessi. Quelle che erano condizioni di classe subìte, per i ciociari
diventano criteri di giudizio perentorio e talvolta razzista. Svillaneggiare il villano è un passatempo molto in voga tra i possidenti,
per condizionare psicologicamente i coloni, i mezzadri ed i giornalieri.
Da ciò derivano appellativi stereotipati, che arricchiscono la vasta terminologia fortemente offensiva con cui i contadini venivano apostrofati.Chi sono allora i ciociari? Quelli rappresentati dai ritratti idealizzati ed ingentiliti, pieni di fascino per i colori, la foggia degli abiti e la perfezione dei tratti somatici? O quelli descritti dagli epiteti insultanti della classe dominante?
La ricerca li presenta nella loro complessità ed in futuro si cercherà di aggiungervi molte nuove storie, ancora nascoste, recuperate da testimonianze dirette. Sarà il visitatore del Museo, come l’osservatore di un quadro astratto, a formulare un suo personale giudizio.

Brigante ciociaro. Disegno acquerellato di autore non identificato (metà '800).
Corredavano le cioce i calzettoni di lana, utili contro il freddo ed il morso delle vipere, ricoperti da panni di canapa o di lino; i pastori, per difendere le gambe dai rovi e dall'acqua, indossavano il guardamacchia: una pelle di capra dal lungo pelame, posta sopra i calzoni e legata alla cintura e ai polpacci.

Giovinetta ciociara e figlio che portano grappoli d’uva.
Dipinto di autore non identificato (s.i.a.).
L'uso delle cioce, noto anche in tutto il Regno delle Due Sicilie, nelle Marche, in Toscana ed in Umbria, e' durato nell'Italia centrale fino agli anni '60 del XX sec.; ancora oggi, al di la' delle manifestazioni folcloristiche, e' documentata qualche loro presenza, tra i pastori dei Monti Lepini, dei Monti Ausoni e della Valle di Comino.
Fuori dall'Italia alcuni tipi di calzature, riconducibili alle cioce sono, tuttora, in uso presso alcune popolazioni rurali decentrate dell'Albania, della Grecia, della Romania e della Russia.