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La vita dei ciociari era incalzata dalla morte, ombra pronta a ghermirli all’improvviso.
La fame, l’ignoranza, lo stato di sottomissione accrescevano la precarietà del vivere e parlare di morte come rischio permanente, spiega il loro spirito di sfida e la necessità psicologica del cedimento verso forme, ormai desuete, di religiosità e credenze popolari.
I ciociari avevano aspettative di vita molto più basse di quelle odierne, perché esposti a pericoli e rischi di morte certa, anche per malattie oggi ritenute banali.
Per i bambini numerosi erano i decessi nei parti, per malattie infantili, per mancanza e povertà di cibo e per incidenti durante l’allevamento, affidato ai fratellini maggiori.
Per gli adulti la morte giungeva per patologie e disgrazie sia nei luoghi natali, che nelle terre di migrazione/emigrazione.
Molto temuta era la malaria che, dalla tarda primavera all’autunno, falcidiava le popolazioni nelle Valli del Sacco e del Liri, nel Cassinate, nella Valle di Comino, nell’Agro Pontino e Romano.

Malaria. Dipinto di A. Bocchi (†1976),
trafugato dal Palazzo Comunale di Sabaudia durante l’ultima guerra
Qui i montanari, impreparati a sopportare i caldi estivi, cadevano vittime di insolazioni e di crolli fisici per i cibi assai poveri; pericolosi portatori di malattie respiratorie, ancor più che in inverno, erano poi i nubifragi estivi ai quali i ciociari opponevano solo misere camicie di tela.

Lotta alle insolazioni dell’Istituto Nazionale contro gli infortuni sul lavoro (cartolina del 1947).
Per evitarle occorreva un cappello di paglia, nel cui interno mettere foglie fresche.
Gli attuali processi produttivi del pane ci rivelano che già oggi sono gestiti da uomini che non si incontrano: costruttori europei di componenti meccaniche, inventori asiatici di software, programmatori americani di sistemi distributivi, trasportatori internazionali ed in ultimo, in sede locale, esecutori di processi alimentari finali, collegati solo dalla grande rete del commercio mondiale.

Mortorio con confraternita a Roma. Incisione di S. Rouargue (1834-1836).
La peste, trasmessa dai ratti e dalle pulci, nel 1656 decimò interi abitati e, ad esempio, San Biagio Saracinesco, fu ripopolato nel 1679 da famiglie provenienti da centri limitrofi.
Nell’‘800 stretta era la dipendenza fra carestie e malattie contagiose: le une producevano le altre; così alla carestia del 1830 seguì il colera del 1831-33, al tifo e vaiolo del 1841-42 la carestia del 1843-44 ecc.
Contro il colera, definito la “malattia dei poveri”, nel 1837 lo Stato Pontificio, fin dal suo insorgere, creò lungo tutto il confine con il Regno di Napoli un cordone sanitario. Anche la febbre tifoide, la tubercolosi, il morbillo ed il vaiolo causarono vittime nel XIX sec.
L’ultima grande epidemia, scoppiata alla fine della I guerra mondiale, fu la Spagnola, con violente forme influenzali e catarri, che si abbatté con virulenza sulla popolazione già stremata dalle sofferenze belliche.

Morte con clessidra presso un cadavere.
Lastra marmorea incisa a corredo di buca per l’elemosina presso la chiesa dell’Orazione e Morte in Via Giulia a Roma.
Gozzo, malattie cutanee, affezioni reumatiche e rabbia contribuivano ancor più, poi, a minare la salute dei ciociari, penalizzata, nonostante le prescrizioni statutarie, dalle pessime condizioni igieniche dei paesi, carenti ancora alla fine del XIX sec. di fogne e pieni di stalle.
La vita all’aperto comportava poi tutta una serie di pericoli dovuti agli agenti atmosferici, agli attacchi di animali selvatici (lupi, vipere e, più in antico, orsi), agli incidenti sul lavoro (cadute da alberi, rovesciamenti di carri, mancati controlli di animali da soma e da traino, infortuni nel taglio di alberi e nella predisposizione di calcinaie e carbonaie ecc.); tra i più giovani si registravano numerosi casi di annegamento.
Tali incidenti sono riprodotti in ex voto visibili nei santuari.
In assenza di una vera educazione di base, le risse spesso sfociavano in sanguinosi scontri che, in ambiente urbano, trovavano il naturale palcoscenico nelle osterie, favorite dai giochi e dal letale uso del vino; nelle campagne contrasti ancor più violenti, con strascichi generazionali, erano legati ai confini agrari o di pascolo.
Il flagello più pesante era costituito dalle ricorrenti campagne belliche, interessanti dapprima lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli e, quindi, lo Stato italiano.
Dal 1861 alla II guerra mondiale tanti conflitti sconvolsero la vita dei pastori e dei contadini, arruolati soprattutto nella fanteria.
Ancora oggi in alcune abitazioni appaiono foto di familiari morti in guerra; altre sono esposte nei santuari a Itri, a Sora e a Vallepietra.
I frequenti terremoti hanno devastato le case dei poveri: disastroso il sisma del 1915, con circa 30.000 vittime nella Marsica e nelle Valli del Liri e di Comino.
Alla morte del marito le vedove levavano lamentazioni cantilenate, accompagnate dal battito delle mani, simili a quelle sabine ed abruzzesi.
In tale occasione i parenti portavano alla vedova un aiuto materiale, il reconsólo, per lo più cibo preparato, in quanto, alla presenza del morto, non si poteva cucinare.
In tale circostanza si ostentavano in pubblico varietà di alimenti, stoviglie e biancheria.
Esso durava anche dieci giorni, durante i quali i parenti non potevano uscire da casa.
A tavola, i piatti erano messi anche davanti al posto, di solito occupato dal defunto, e riempiti di abbondanti cibi ed, in suo onore, si elevavano brindisi.

Morte con motto su cartiglio.Lastra marmorea incisa a corredo di buca per l’elemosina presso la chiesa dell’Orazione e Morte in Via Giulia a Roma.
Nel volume "Gente di Ciociaria" questo argomento è trattato alle pp. 306-353.