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Fin dal ‘500 molti ciociari, spinti dalle carestie e dalla scarsa redditività dei terreni, abbandonarono i paesi d’origine alla volta dell’Agro Romano e Pontino. Tali migrazioni coinvolsero, dal mese di ottobre a quello di giugno, interi nuclei familiari. Il ciociaro, come gli altri braccianti dell’Italia centrale, era conosciuto a Roma con il termine di monello (da mondello, chi monda i campi di grano) o con quello di guitto (nomade, spiantato).

I guitti e I migratori. Disegni di Duilio Cambellotti (1924).
Era reclutato dal caporale nel proprio paese o nell’Urbe con due tipi di contratto: quello alla montanara, per il quale, prima di partire, riceveva una caparra e quello, di piazza, concluso a Roma nella scomparsa Piazza Montanara, alle pendici del Campidoglio

Li guitti. Disegno di Duilio Cambellotti.
Provenienti dall’area ernica e dalle Valli dell’Aniene, del Liri e di Comino, essi giungevano a piedi e, dalla fine dell’‘800, anche in treno.
La Piazza, piena di personaggi pronti a lucrare sulla semplicità dei guitti (il mariuolo, lo scrivano pubblico, il venditore di attrezzi agricoli, l’ombrellaio, il ciarlatano, il commerciante di abiti e scarpe usati), era per i ciociari anche un luogo ove vendere le erbe raccolte nei campi, le rane, le lumache, i fasci di gramigna, le sanguisughe, gli oggetti antichi rinvenuti lavorando nelle tenute, il tutto in un’atmosfera simile a quella dell'odierna Porta Portese.
Le donne, invece, oltre a lavorare da balie, serve e modelle, vendevano fiori di campo e di bosco.
Verso la Campagna Romana migravano persone dall’aspetto selvaggio, con costumi corrotti, dedite al vino, prive di istruzione anche religiosa ma, come ricorda Angelo Celli, vi confluivano anche lavoratori specializzati

Ciociari con attrezzi agricoli e masserizie sul Corso Umberto I
attraversano la città per andare verso i campi a nord di Roma.
Disegno di D. Paolocci (1894).
I secolari sacrifici di questi rurali sono alla base della ricchezza dei nobili, degli ecclesiastici e dei mercanti di campagna romani.
Non diversa era la situazione nell’Agro Pontino dove, all’inizio della bonifica fascista, lavoravano, circa 900 famiglie di Ceccano e Castro dei Volsci che, malgrado avessero per secoli vissuto nella palude, vennero escluse dall’assegnazione dei poderi.

Ballo dell’Orso. Incisione di B. Pinelli (1809). Vicino al Pantheon, un ciociaro ed uno zampognaro fanno esibire un orso tenuto alla catena.
I ciociari furono a Roma anche artisti di piazza (ciarlatani, esibitori di cani, gatti, pappagallini, scimmie ed orsi ammaestrati), indovini e dicitori di buona ventura; per il Natale giungevano pifferai e zampognari che attiravano la simpatia degli stranieri e dei romani, quest’ultimi pronti a sollecitarne, in occasione delle novene, esibizioni davanti alle edicole mariane.
Analoga tradizione è nota a Napoli e, come ricorda D’Annunzio, a Pescara.

Musicanti a Capri (Lorenzo Margiotta, Michelangelo Ferri, Antonio Ferri).
Disegno di C. Allers (1892).
Pastori scendevano in transumanza da Vallepietra e Filettino verso i territori degli attuali Comuni di Aprilia, Anzio e Nettuno; da Collepardo e Vico nel Lazio puntavano su Priverno, l’odierna Sabaudia, San Felice Circeo e la Selva di Terracina. Da Veroli, Sora, Alvito, Casalvieri, traguardo era Fondi.
Si andava alle paludi passando anche per Fontana Liri, Arce, il convento dei Carmelitani di Ceprano, San Giovanni Incarico, Pico e Lenola.
Da Veroli e Sora si trasferivano anche i cavalli che, al loro ritorno, prima della vendita erano stimati dagli zingari.
Documenti del 1793 ricordano che a Pescosolido, su 2.483 abitanti, ben 635 abbandonavano il paese d’inverno (90 per Isoletta, Fondi e Sperlonga, i restanti per la Campagna Romana).
Ancora oggi da Sora, in estate, gli animali sono condotti nella Val Fondillo e nell’Alta Valle del Sangro, mentre, nell’‘800, il Comune di Alvito affittava i suoi pascoli ai pastori di Pescasseroli.
Alla fine del XIX sec. sono anche note transumanze verso il Molise, l’Agro di Capua e la Puglia.
Dopo il 1860, le nuove condizioni politiche ed una serie di provvedimenti legislativi (coscrizione obbligatoria, tassa sul macinato, repressione del brigantaggio, soppressione delle protezioni doganali) determinarono una forte emigrazione verso la Francia, l’Inghilterra e l’America con pesanti conseguenze nel tessuto socio-economico dell’area lirina.
Interessati all’esodo contadini, pastori, artigiani ed ex operai del triangolo industriale compreso tra Arpino, Isola Liri e Sora, colpito dalla irreversibile crisi dei lanifici.
Molti ciociari ben si inserirono nell’economia americana senza dimenticare la terra d’origine, come dimostrano le rimesse alle famiglie – fatto che comportò la nascita di banche ed un aumento del prezzo d’acquisto dei terreni –, le offerte per i restauri delle chiese e la loro cospicua presenza nelle file dell’Esercito americano, impegnato nella prima guerra mondiale in Francia.
In questa Nazione, tra gli emigrati, non mancarono, poi, eventi dolorosi quali l’infame tratta dei minori (anche di 5-6 anni) del Circondario di Sora, destinati a lavorare schiavizzati nelle vetrerie dell’area di Lione e di Parigi.
Nel volume "Gente di Ciociaria" questo argomento è trattato alle pp. 244-305.