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Il modo di abitare dei ciociari si diversifica esaminando i luoghi di origine o le sistemazioni nell’Agro Romano e Pontino nei mesi di migrazione stagionale.
Tipiche case dei contadini e dei pastori erano le casèlle, in pietra, coperte da tetto lapideo, o stramineo.
Sono attestate poi capanne rettangolari e circolari, di canne palustri, con tetto a cono di saggina e ginestra.
Alla fine del XVI sec. datano architetture di terra (fraticci o settétte) costruite con rami di castagno o di quercia o con canne, ricoperti da argilla mista a sterco bovino e pula, stesa con le mani.
Alla loro costruzione partecipavano i nuclei familiari, nonché estranei per quel mutuo soccorso tipico del mondo rurale. Le case in muratura presentavano in genere un solo vano. In un angolo c’era in origine il focolare, posto sul pavimento.
Con la comparsa della cappa si avrà il camino, deputato alla cottura dei cibi ed al riscaldamento.
Molti autori ricordano che i contadini avevano animali all’interno delle dimore, sia per sottrarli a furti, sia per sfruttare il tepore da essi prodotto.
Scarno era l’arredo della cucina: un tavolo con panche, una madia per impastare il pane, una credenza, un piattaio.
Il recipiente principe era il paiolo (callaro), in rame, talvolta stagnato, appeso al camino: vi si preparavano i cibi anche per gli animali.
Sul treppiede (tréspete) si poggiava il tegame di ferro (fressóra) per le fritture, le frittate ecc. e quello di terracotta (tiana) per il ragù.
La pignata in terracotta era impiegata per cuocere i legumi.
La donna riforniva d’acqua la casa portando sulla testa o la conca di rame (concóne) o la cannata, un vaso di terracotta, dal corpo espanso, decorato con spirali.
Nelle case, ma non sempre, oltre alla cucina vi era una camera da letto dove, promiscuamente, si dormiva.
Sul letto si disponevano sacconi, lenzuola di canapa e coperte, confezionate con filati di recupero.
Alle pareti immagini sacre e palme di ulivo benedetto; in tempi più recenti, sui mobili si vedevano foto degli avi, del matrimonio del capofamiglia, immagini dei figli e di parenti caduti in guerra o emigrati.

Patrica. Acquerello di Scipione Simoni (1898).
La casa del contadino includeva anche la stalla, lo stalletto (rólla) del maiale, il pollaio (glie caglienare), il magazzino ed il fienile. Ove possibile vi era un pozzo cilindrico con vèra in muratura.
Sempre a ridosso dell’edificio infine l’aia (ara) in terra battuta, in acciottolato fluviale, o in cotto rustico.
L’uso di diverso combustibile costituiva una delle differenze più nette tra la casa di campagna e di città: nella prima si sfruttava ogni tipo di legna, nella seconda, invece, oltre ai ciocchi e alle frasche, si usava il carbone vegetale.
Nei centri urbani le case presentavano una forte omogeneità tipologica, segno della coesione sociale degli abitanti.
Qui vivevano gli artigiani (artisti), gli operai delle prime industrie ed i piccoli commercianti.

Capanne nelle Paludi Pontine. Acquerello di Onorato Carlandi (†1939).
Il lavoro nelle botteghe si fondeva con il mondo degli affetti familiari, originando la solidarietà sociale, sfociata a fine ‘800 nelle Società operaie di mutuo soccorso.
Fino ai primi del ‘900 non esistevano i servizi igienici e nei paesi si notava un'elevata sporcizia sulle strade, dovuta ai rifiuti domestici e dei laboratori artigiani, al letame degli animali delle stalle e alle deiezioni umane.
Per i ciociari delle tenute della Campagna Romana e dell’Agro Pontino (guitti) i problemi abitativi erano assai più gravi, legati al patto di lavoro e al periodo concordato con il caporale.
Essi abitavano in forte promiscuità in villaggi di capanne, caratterizzate da sovraffollamento e da condizioni igieniche peggiori delle stalle.
Episodicamente i guitti si riparavano in qualche casale in muratura, dormendo rannicchiati nelle loro mantelle, su tavole lignee o, in territori tufacei, alloggiavano in grotte o affittavano un locale nel paese limitrofo al luogo di lavoro.
Alle porte di Roma i ciociari vivevano, quindi, in condizioni di abbandono morale e sanitario, in costruzioni temporanee, primitive, che tanto colpirono i viaggiatori stranieri e, dopo il 1870, le menti più illuminate della Nazione.
Per la mietitura, un gran numero di contadini affluiva, per circa dieci giorni, nelle Paludi Pontine, dormendo alla serena sotto ripari formati da pochi steli di gran turco.
I pastori nell’Agro Romano e Pontino dimoravano in capanne di canne; oltre al posto letto (rapazzòla), popolato da insetti di ogni tipo, disponevano soltanto di un rustico sgabello a tre gambe.

Anticoli Corrado. Acquerello di Scipione Simoni (†1918).
Nel volume "Gente di Ciociaria" questo argomento è trattato alle pp. 164-193.